La Battagliola alla riscossa: “Basta col Lambrusco Big Babol”



MILANO – Occhio azzurro ghiaccio, sguardo deciso. La cravatta stretta al collo, in tinta col completo blu. Camicia bianca a quadri. Diresti tutto di un Alberto Salvadori così. Tranne che sia venuto a Milano per lanciare granate sul “suo” Lambrusco. O, meglio, su quello degli altri: “E’ ora di finirla col Lambrusco che sa di Big Babol“.

Il patron de La Battagliola non la manda a dire al Pavarotti Milano Restaurant Museum, dove ha riunito la stampa di settore per presentare le etichette della cantina di Piumazzo di Castelfranco Emilia (MO).

Che il cuore di Salvadori batta per il Lambrusco, più che per la nuova frontiera dell’Emilia Romagna enologica, il Pignoletto, è chiaro sin da quando s’alza in piedi, al centro della tavolata. Mani appoggiate alla tovaglia. Come un direttore d’orchestra che vuol sentire la carta dello spartito, sotto alle dita. Prima di dare l’attacco al tenore.

Dovremmo tutti dare un senso di immortalità alla nostra vita. Io e la mia famiglia, per farlo, abbiamo scelto di produrre un Lambrusco che si discostasse dalle mode del Big Babol, del dolciastro e del paludoso, che non corrispondono alla verità dei vitigni. Il nostro Lambrusco vuol essere gastronomico e beverino“.

“Viviamo in un mondo – continua il combattivo Salvadori – in cui questo vino non gode di un’assonanza felice. Lo troviamo in lattina o al supermercato per soli 2 euro, nei bottiglioni da 2 litri. La nostra Denominazione è in confusione, anche perché non ha seguito l’esempio del Prosecco, che può essere solo Doc, o meglio ancora Docg”.

Nella sua battaglia, anzi Battagliola, Alberto Salvadori non è solo. “Noi e una quindicina di aziende intendiamo promuovere nel mondo il ‘Fine Lambrusco‘, esaltandone la qualità e sperando che, nel frattempo, qualcosa cambi all’interno della Denominazione”.

Curioso, ma solo in apparenza, che La Battagliola abbia scelto un enologo toscano per l’elaborazione delle proprie etichette. E’ Emiliano Falsini, uno che coi rossi ci sa fare e lo ha dimostrato in metà Paese. La sfida nuova erano le “bolle”. Ma ci ha messo davvero poco ad adattarsi, addomesticandole a modo suo.

“All’inizio mi sentivo uno straniero in terra di Lambrusco – commenta l’enologo de La Battagliola – ma ho subito compreso quale fosse l’obiettivo di Alberto Salvadori e della sua famiglia, sposandolo in pieno”.

E’ così che Falsini decide di puntare tutto su una sola varietà: il Grasparossa di Castelvetro. “Un vitigno che ha i suoi pro e i suoi contro – ammette l’enologo – per la sua capacità di essere gastronomico come il Sorbara, ma più difficile da lavorare per via dei tannini, del profilo aromatico e speziato e per la sua tendenza selvatica”.

LA DEGUSTAZIONE

Asperità che Falsini riesce benissimo a gestire, come emerge dall’assaggio dei Lambrusco Grasparossa di Castelvetro Doc “Dosage 15” (88/100) e “Dosage 30” (86/100). Due diversi residui zuccherini, per incontrare un parterre di pubblico e di abbinamenti a tavola più vasto. Un fil rouge netto quello che lega le due etichette.

Precisione e croccantezza del frutto lanciano la sfida ai tanti (troppi) “Lambrusco marmellata” di cui è pieno il mercato. Il vitigno, inoltre, è al centro del sorso col suo muscolo tipico, ma in cravatta. Elegantito com’è, appunto, da una vena sapida che in chiusura chiama il sorso successivo, assieme alla freschezza. Certo, la differenza si sente.

Più verticale “Dosage 15” di “Dosage 30”, coi suoi richiami gessosi in centro bocca e il suo sipario equilibrato, giocato tra un tannino felpato, ricordi di liquirizia e una speziatura leggera. Mela matura netta per il naso di “Dosage 30”: un vino di elegante semplicità, beverino. Capace comunque di sfoderare un frutto rosso di gran precisione.

Tra gli assaggi a Milano anche il Pignoletto Doc Spumante 2018 “Le Grand Pignol” (86/100) imbottigliato a marzo 2019. Naso di frutta a polpa gialla, tra la pesca e l’esotico, che si solleva da un calice tinto di un giallo paglierino, con riflessi dorati. Belli gli sbuffi minerali, di pietra bagnata, che si fondono alle note di mela Granny Smith. Corrispondente il palato, connotato ancora una volta da una buona eleganza.

Nella gamma de La Battagliola anche un vino rosso fermo. Il Sangiovese di Romagna Doc Superiore “San Giove” (86/100) in degustazione con la vendemmia 2017. Rosso impenetrabile tipico, il colore. Naso con richiami floreali di viola e frutta tendente al sotto spirito, impreziosito da rintocchi di pan pepato e di un cacao appena accennato.

Un naso che anticipa la gran freschezza del palato. Bella vena sapida in centro bocca, prima di ritorni fruttati, di cacao, su sferzate di un tannino ancora in fase di completa integrazione. Un vino gastronomico, che si presta ad abbinamenti importanti. Prezioso a fine pasto, con un pezzo di cioccolato di qualità.

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