Coronavirus, il lockdown del turismo del vino mette in ginocchio la Doc Orcia


“Oggi avere un solo mercato largamente prevalente, quello locale, e una sola tipologia di cliente, il turista, si rivela come un fattore di fragilità per le aziende della Doc Orcia che potrebbero subire maggiori contraccolpi commerciali rispetto alle altre denominazioni toscane”.

Così il presidente del Consorzio di tutela, Donatella Cinelli Colombini, nel sottolineare che “gli effetti della crisi nelle vendite del vino, vanno sommati ai mancati introiti per l’affitto di appartamenti e per la ristorazione agrituristica che probabilmente resterà vuota“.

Nell’area di produzione della Doc Orcia ogni anno si registrano quasi un milione e mezzo di presenze turistiche. Sono invece circa un milione gli escursionisti attratti dalle bellezze naturali, artistiche e termali. Motivo per il quale il 65% delle cantine dell’Orcia pratica attività di agriturismo o ristorazione, con la vendita diretta dei vini.

Una situazione privilegiata per una giovane Doc, che al cospetto di Coronavirus diventa il tallone d’Achille.

“Un elemento – sottolinea Cinelli Colombini – che rischia di trasformarsi da opportunità a grosso rischio, perché esiste il fondato timore che i turisti non arrivino”.

Sono una sessantina le aziende produttrici di Orcia Doc, in grado di produrre poco meno di 300 mila bottiglie di vino all’anno, su una superficie di 153 ettari di vigneto. Si tratta dunque di imprese piccole o molto piccole, in gran parte a carattere familiare.

Dodici i comuni nell’area collinare fra le denominazioni del Brunello e del Vino Nobile, in una zona di grande vocazione nella produzione di vini rossi da invecchiamento compresa tra Buonconvento, Castiglione d’Orcia, Pienza, Radicofani, San Quirico d’Orcia, Trequanda, parte dei territori di Abbadia San Salvatore, Chianciano Terme, Montalcino, San Casciano dei Bagni, Sarteano e Torrita di Siena.